Scienza Pandemica Sotto la Lente: Cosa Ci Svelano le Reti di Citazioni sul COVID-19?
Ehilà, appassionati di scienza e curiosi! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, un’esplorazione nel vasto universo delle pubblicazioni scientifiche nate durante la pandemia di COVID-19. Ve lo ricordate quel periodo, vero? Un fiume in piena di ricerche, studi, dati, tutti con l’obiettivo di capire e affrontare quella crisi globale. Ecco, mi sono chiesto: ma come si sono collegate tra loro tutte queste conoscenze? Chi ha citato chi? E queste connessioni ci raccontano qualcosa di più profondo?
Un Diluvio di Scienza: Ma Come si Collega?
La pandemia ha scatenato una vera e propria corsa alla pubblicazione. Esperti da ogni angolo del pianeta e da discipline diversissime si sono messi al lavoro per darci strumenti teorici e pratici per navigare la tempesta. Ma, come spesso accade, una volta passata l’emergenza, ci siamo resi conto che sapevamo poco di come queste menti avessero effettivamente collaborato, o di come le idee avessero viaggiato. Il mio obiettivo, quindi, è stato quello di usare l’analisi delle reti di citazioni per gettare un po’ di luce su questo aspetto. Immaginate una gigantesca mappa stellare, dove ogni stella è un articolo scientifico e le linee che le collegano sono le citazioni. Affascinante, no? Capire queste dinamiche ci può aiutare a prepararci meglio per future crisi sanitarie, magari abbattendo qualche barriera tra discipline e nazioni fin dall’inizio.
Molti studi hanno già provato a fare il punto sulla ricerca pandemica, usando ricerche per parole chiave o raggruppamenti tematici. Alcuni si sono concentrati sull’impatto urbano, altri sugli effetti sulla qualità dell’aria dovuti ai lockdown. Per esempio, uno studio di Fatima e colleghi ha usato il database PubMed per mappare la malattia e la sua diffusione, evidenziando la necessità di dati più dettagliati a livello regionale, specialmente fuori da Asia e Americhe. Altri, come Casado-Aranda, hanno analizzato le pubblicazioni su turismo e città intelligenti, identificando i temi caldi della ricerca.
Tuttavia, questi studi, pur preziosissimi, spesso si basavano su campioni di dati limitati. Io volevo qualcosa di più grande, di più globale. E qui entra in gioco la potenza dell’analisi delle reti. Questo strumento è fantastico perché ci permette di visualizzare le connessioni, di identificare i lavori più influenti e le “comunità” di ricerca in modo molto più intuitivo rispetto a una semplice lista di parole chiave. È come vedere l’ossatura di un intero campo di studi!
Come Ho Messo Insieme i Pezzi del Puzzle
Per questa mia indagine, mi sono tuffato nel database PubMed, una miniera d’oro per chi si occupa di salute pubblica, medicina e scienze della vita. Ho cercato articoli che contenessero le parole “urban” (urbano) e “COVID-19”, pubblicati tra dicembre 2019 (l’inizio del dramma) e settembre 2023 (quando, diciamo, la polvere ha iniziato a posarsi). Sono saltati fuori ben 7.650 risultati! Dopo una bella scrematura per eliminare duplicati o tipi di documenti non pertinenti, sono rimasto con 7.641 articoli.
Per costruire la mia rete, non bastavano i metadati. Avevo bisogno di sapere da dove venissero gli autori, per mappare geograficamente la ricerca. E qui è iniziato il lavoro certosino: recuperare le affiliazioni degli autori, a volte manualmente, incrociando dati da diverse fonti come ORCID e PubMed Central. Un lavoraccio, ve lo assicuro, ma necessario!
Ho poi usato un potente software chiamato NetworKit per costruire due tipi di reti:
- Una rete “interna”, con solo i 7.641 articoli selezionati e le citazioni tra di loro.
- Una rete “estesa”, che includeva anche tutte le referenze citate da questi 7.641 articoli – parliamo di ben 217.453 referenze esterne!
In pratica, ho cercato di capire non solo chi si citava all’interno del “club” della ricerca su COVID-19 urbano, ma anche quali fossero le fondamenta esterne su cui questo club poggiava.

Cosa Ho Scoperto: Picchi, Comunità e Stelle Solitarie
Analizzando l’andamento delle pubblicazioni, ho notato un picco nel dicembre 2022, con 278 nuovi articoli. Questo suggerisce che la ricerca su “COVID-19 urbano” ha raggiunto la sua massima intensità all’inizio del 2022, considerando i tempi di gestazione di un articolo scientifico. Dopo quel picco, c’è stato un calo costante, segno che l’emergenza stava scemando e la ricerca si stava stabilizzando.
Passiamo ora alle reti. La rete “interna” (quella con solo i 7.641 articoli) era piuttosto frammentata: ben 5.045 “comunità” di ricerca. Una comunità, in questo contesto, è un gruppo di articoli più connessi tra loro che con il resto della rete. La cosa curiosa è che la dimensione media di queste comunità era di appena 1,5 articoli! Questo significa che la maggior parte degli articoli erano isolati, non citati da altri studi all’interno del campione. C’era però una comunità principale, più grande, composta da 293 articoli, che rappresentava solo il 3,83% del totale. Questo ci dice che un piccolo nucleo di studi ha catalizzato gran parte dell’attenzione. Nonostante la frammentazione, la rete aveva un “diametro effettivo” di 22, il che suggerisce che, quando i nodi erano connessi, le distanze erano relativamente brevi, un po’ come nelle reti “small-world”.
Quando ho allargato lo sguardo alla rete “estesa” (includendo le referenze esterne), il quadro è diventato ancora più complesso, con più connessioni e una modularità ancora più alta, il che è logico, visto che un articolo cita naturalmente le sue referenze. Entrambe le reti, comunque, mostravano una bassa densità di connessioni (Gamma Index vicino a 0) e un basso coefficiente di clustering. In parole povere, niente “circoli chiusi” di citazioni, ma piuttosto un panorama di ricerca vasto, multidisciplinare, con connessioni sparse.
E le “superstar”, gli articoli più citati? Beh, nella rete interna, nessun articolo ha superato le 100 citazioni, e meno di 30 ne avevano più di 20. Anche nella rete estesa, l’articolo più citato non arrivava a 200. Questo mi suggerisce che gli interessi dei ricercatori erano molto sparsi, senza che emergessero lavori “fondamentali” universalmente riconosciuti all’interno di questo specifico campo. Forse per evitare duplicazioni o per esplorare nicchie diverse.
La Geografia della Scienza: Chi Guida e Chi Resta Indietro?
Una delle cose che mi incuriosiva di più era la distribuzione geografica. Dove si concentrava la ricerca? E chi citava chi, a livello globale?
Le mappe che ho generato (immaginate tanti puntini colorati sul planisfero, collegati da linee) hanno mostrato chiaramente dei poli di attività: la costa Est degli Stati Uniti, l’Europa e l’Asia Orientale erano i grandi protagonisti. Anche l’Asia Meridionale (India in testa), il Medio Oriente e le aree costiere del Brasile mostravano una buona attività.
Tuttavia, la rete era decisamente sbilanciata. Regioni come l’Africa e l’Asia Interna mostravano una partecipazione molto limitata, quasi isolate dal network globale delle citazioni. C’erano fitte linee di citazione tra Asia Orientale e USA, e tra Europa e USA, ma poche connessioni con altre aree. Questo squilibrio è preoccupante, perché riduce la diversità delle prospettive e potrebbe limitare la nostra capacità di rispondere a future crisi globali, non tenendo conto delle specificità regionali. Pensateci: come possiamo valutare l’impatto di un evento come la pandemia se intere aree del mondo sono sottorappresentate nella discussione scientifica?

Le cause di queste disparità sono complesse: differenze nei finanziamenti alla ricerca, infrastrutture accademiche, barriere linguistiche (la predominanza dell’inglese), e persino stabilità politica.
L’Evoluzione dei Temi Caldi: Dalle Chiusure alla Salute Mentale
Un altro aspetto affascinante è stato vedere come sono cambiati i temi di ricerca nel tempo. Ho analizzato le parole più frequenti nei titoli degli articoli, semestre per semestre.
All’inizio (prima metà del 2020), la parola “pandemia” era ovviamente centrale, e la Cina era l’area geografica più studiata. Poi, nella seconda metà del 2020, anche India e Stati Uniti sono entrati prepotentemente nel focus. La parola “lockdown” è stata una costante per molto tempo, dal 2020 fino alla fine del 2022. Comprensibile, visto l’impatto che ha avuto sulla vita di tutti.
Interessante anche il cambio di scala: se all’inizio si parlava molto di “città”, verso la fine del 2022 è emersa con forza la scala della “comunità“. E con il passare del tempo, l’attenzione si è spostata verso gli impatti a lungo termine: la salute mentale, gli effetti a livello comunitario, la cura del paziente. Anche le aree rurali hanno iniziato a ricevere più attenzione. Questo riflette un processo di adattamento e apprendimento continuo di fronte a una sfida così complessa.
Cosa Ci Portiamo a Casa (e Qualche Limite)
Questa mia analisi, pur con i suoi limiti (ho usato solo articoli in inglese da un singolo database, PubMed, il che potrebbe introdurre dei bias), ci offre una panoramica, credo, piuttosto inedita. Ci mostra come la ricerca su “COVID-19 urbano” sia stata un campo nuovo, urgente, fortemente interdisciplinare, ma anche frammentato e con forti squilibri geografici.
Le scoperte possono essere utili per educatori, istituzioni di ricerca e organizzazioni professionali per disegnare programmi di formazione sulla resilienza urbana, sulla preparazione alle pandemie e sulla collaborazione interdisciplinare. È fondamentale promuovere una partecipazione globale più equa alle reti della conoscenza. Dobbiamo chiederci come favorire collaborazioni internazionali, come supportare i ricercatori nelle regioni a basse risorse e come ridurre le barriere linguistiche.
Certo, non ho potuto analizzare nel dettaglio l’impatto delle singole varianti del virus o delle campagne vaccinali, ma spero che questo studio stimoli ulteriori ricerche. La pandemia ci ha insegnato molto, e analizzare come abbiamo reagito a livello scientifico è un passo cruciale per non farci trovare impreparati la prossima volta. Perché, ammettiamolo, la scienza è la nostra migliore alleata.
Fonte: Springer
