Amore e IST in Terza Età: I Canadesi in USA si Ricorderanno Chi Contattare?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento un po’ delicato, ma super importante e, diciamocelo, spesso trascurato: la salute sessuale nella terza età, soprattutto quando ci si mette di mezzo il viaggiare. Sì, perché l’amore e l’intimità non hanno età, ma a volte ci si dimentica che anche i rischi legati alle infezioni sessualmente trasmissibili (IST) non vanno in pensione. E la cosa si complica quando i nostri “nonni giramondo” decidono di svernare al caldo, magari dall’altra parte del confine.
Mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha acceso una lampadina (e forse qualche campanello d’allarme). Parla dei cittadini canadesi più anziani, i cosiddetti “international retirement migrants”, che ogni inverno fanno le valigie e si trasferiscono temporaneamente negli Stati Uniti, in cerca di climi più miti. Pensate un po’: si stima che siano tra i 500.000 e oltre un milione! Mica pochi, eh? E una delle mete più gettonate è Yuma, in Arizona. Un posticino che attira per il caldo secco, le comunità accoglienti e, a quanto pare, una vita sociale piuttosto vivace.
Il Contesto: I “Pensionati Migranti” Canadesi e Yuma
Immaginatevi la scena: comunità di pensionati, spesso benestanti, che si ritrovano per mesi in questi veri e propri “villaggi vacanze” per senior. RV park (parchi per camper), resort, campi da golf, centri ricreativi… un fermento continuo. Questi non sono i classici anziani che passano le giornate a guardare il cantiere sotto casa (con tutto il rispetto!). Sono persone attive, in salute, e questa vitalità, come è naturale che sia, si estende anche alla sfera sessuale. Il problema? Le IST sono in aumento a livello globale proprio in questa fascia d’età, e il contesto del viaggio può aggiungere ulteriori complessità.
Lo studio si è concentrato proprio su Yuma, intervistando personale sanitario e amministrativo locale che ha a che fare quotidianamente con questi “turisti stanziali” canadesi. E quello che è emerso è un quadro che merita attenzione. Non si tratta di puntare il dito, ma di capire meglio per proteggere meglio.
I Rischi Nascosti Sotto il Sole dell’Arizona
Gli esperti intervistati hanno identificato tre macro-aree di rischio che possono contribuire alla diffusione delle IST tra questi viaggiatori. E, ve lo dico, alcune cose mi hanno fatto riflettere parecchio.
1. Dinamiche Sociali “Rischiosette”:
Avete presente l’atmosfera da “villaggio vacanze”? Ecco, moltiplicatela per mesi. Gli intervistati hanno descritto queste comunità come “100% sociali”. Eventi continui, incontri, grande vicinanza. Questo, di per sé, è bellissimo. Ma può portare a un rilassamento delle precauzioni. Magari ci si fida di più perché “siamo tra persone perbene”, “siamo tutti sulla stessa barca”. Un operatore sanitario ha detto: “Forse pensano di non poter contrarre nessuna malattia sessualmente trasmissibile, forse si sentono più sicuri perché sono individui con la stessa mentalità (…) l’ipotesi è tipo: ‘Oh, sono puliti, stiamo bene’.”
Aggiungiamoci che, passata una certa età, il rischio di gravidanza scompare, e molti smettono di pensare al preservativo, dimenticando però “altri rischi per la salute associati al sesso non protetto”. E poi, diciamocelo, ci sono differenze generazionali nell’approccio alla protezione.
Non solo. Anche fattori legati allo stile di vita giocano un ruolo. Il consumo di alcol e droghe (in Arizona, ad esempio, le “caramelle gommose” alla cannabis sono legali) e la facile accessibilità a farmaci per la disfunzione erettile (come il Viagra, acquistabile senza ricetta nel vicino Messico) possono aumentare l’attività sessuale e, di conseguenza, l’esposizione alle IST. Si è parlato persino di “boondockers” (camperisti che vivono in accampamenti improvvisati nel deserto) e di RV park con una certa “cultura scambista”. Termini come “grande scappatella sessuale” sono emersi, così come il fenomeno delle “vedove da casseruola”, donne che offrono supporto (e forse non solo) in momenti di lutto, illustrando la complessità del tessuto sociale e le opportunità di “promiscuità”. Insomma, un bel mix che, senza le dovute cautele, può diventare un terreno fertile per le infezioni.

2. Accesso Spinoso alle Cure (Diagnosi):
Qui entriamo in un altro ginepraio. Molti canadesi, pur soggiornando a lungo negli USA, preferiscono ricevere cure mediche “nel loro paese d’origine”. Questo spesso è dovuto ai costi proibitivi dei servizi sanitari americani, inclusi i test diagnostici per le IST, che raramente sono coperti dalle assicurazioni sanitarie di viaggio stipulate per le emergenze. Un amministratore ha spiegato che questi visitatori stagionali evitano le cure a Yuma, inclusi i test, se “la loro assicurazione non paga”.
Per chi vive in aree più isolate, come i “boondockers” nel deserto, anche solo raggiungere una clinica può essere un’impresa costosa e complicata. Questo spesso porta a rinunciare ad appuntamenti di follow-up, come quelli per i test. E i medici stessi, consapevoli delle possibili difficoltà economiche dei pazienti pensionati, a volte limitano la prescrizione di test per IST per non gravare sulle loro finanze.
Aggiungiamo lo stigma. Sì, ancora lui. Parlare di sesso e abitudini sessuali non è facile a nessuna età, ma per le persone più anziane può essere un tabù ancora più forte. E se non ci sono sintomi evidenti, è probabile che si aspetti di tornare in Canada. Un amministratore ha commentato: “Stigma. Sì, decisamente. Sono sicuro che gioca un ruolo. Ma se non hai sintomi terribili, probabilmente aspetti di tornare a casa [in Canada]… perché non è facile nemmeno trovare un medico qui.” La mancanza di un rapporto continuativo con un medico di base locale per i canadesi in visita stagionale è un’altra barriera critica alla diagnosi tempestiva.
3. Trattamenti a Ostacoli (e Decisioni “Rischiosette”):
E se una IST viene diagnosticata? Anche qui, non è tutto rose e fiori. C’è il rischio di reinfezione all’interno delle comunità, magari perché non tutti vengono testati o trattati, o perché si sottovaluta il pericolo. La natura transitoria di questa popolazione complica ulteriormente le cose. Un operatore sanitario si chiedeva: “Si ricorderanno chi devono contattare? Perché devi farli venire per il trattamento. (…) E se gli dai una pillola e non li vedi più e finiscono con… effetti collaterali?” Questa frase, “Are they going to recollect who they need to contact?”, dà il titolo originale allo studio e fa capire il nocciolo del problema.
Anche per chi riesce ad accedere ai servizi diagnostici, la stagionalità del soggiorno a Yuma interrompe i protocolli di trattamento standard. La continuità delle cure al rientro in Canada è un altro bel rebus, a causa delle differenze nei sistemi di registrazione medica e della generale mancanza di coordinamento transfrontaliero. E poi, problemi logistici: come rintracciare persone senza un indirizzo fisso a Yuma per garantire cure e follow-up? “…come li raggiungerai? Manderanno una lettera a casa loro? Andranno a bussare alle loro porte?” si chiedeva un partecipante.
Infine, la delicatezza nel contattare i partner sessuali per informarli di una potenziale trasmissione e incoraggiarli a farsi testare e curare, specialmente in contesti sociali così ristretti, è una sfida enorme.

Cosa Ci Dicono gli Esperti (e Cosa Possiamo Fare)?
Allora, che fare? Lo studio non si limita a dipingere un quadro preoccupante, ma suggerisce anche delle piste. È chiaro che c’è un bisogno urgente di interventi mirati, come una migliore educazione sulla salute sessuale, pensata specificamente per gli adulti più anziani, sia prima che dopo i loro viaggi. E, non meno importante, servirebbero coperture assicurative di viaggio più complete, che tengano conto della possibilità di aver bisogno di cure preventive o diagnostiche durante soggiorni prolungati all’estero.
I risultati confermano ricerche precedenti sulla natura sociale delle comunità di pensionati migranti, che favoriscono interazioni sessuali, e sul fatto che viaggi lunghi, uniti a consumo di alcol e droghe, aumentano i comportamenti a rischio. Lo stigma è un nemico ben noto, così come la fiducia un po’ ingenua nei propri coetanei, considerati partner “sicuri”.
Un punto cruciale è il ruolo che potrebbe avere l’assistenza sanitaria di base. Sebbene questi canadesi siano spesso abili nel navigare il sistema sanitario locale per emergenze o malattie croniche, manca un rapporto continuativo con medici di base per questioni come la diagnostica delle IST. Colmare questo divario potrebbe aprire più opportunità per discutere di salute sessuale e ricevere consigli su misura.
E sì, la presenza di una scena sessualmente promiscua, simile a quella riportata in altre comunità di pensionati negli USA, è stata notata anche a Yuma. Questo ci costringe a rivalutare le percezioni comuni sull’invecchiamento e l’attività sessuale e ad affrontare lo stigma attraverso una formazione specifica per gli operatori sanitari, sia a Yuma che in altre destinazioni popolari.
Le implicazioni per la salute pubblica sono enormi. Servono approcci completi, culturalmente sensibili e adatti all’età. Pensiamo a:
- Iniziative di screening di routine per destigmatizzare le IST e promuovere discussioni aperte.
- Materiali informativi chiari e accessibili.
- Normalizzare i test per le IST, magari offrendo kit di raccolta campioni a domicilio.
- Integrare servizi di telemedicina per supportare la continuità delle cure in un contesto transnazionale.
- Sfruttare le consulenze di medicina dei viaggi per fornire educazione sulla salute sessuale pre e post-viaggio.
Insomma, la questione è complessa ma non irrisolvibile. La salute sessuale è una componente fondamentale del benessere a tutte le età, e i nostri “nonni giramondo” meritano di godersi i loro inverni al sole in sicurezza e consapevolezza. Forse, la prossima volta che pianificano la fuga dal freddo, oltre a creme solari e cappelli, dovrebbero mettere in valigia anche un po’ più di informazione e consapevolezza sui rischi e sulle risorse disponibili. E noi, come società, dovremmo smettere di pensare che certi argomenti abbiano una data di scadenza.

Fonte: Springer
