Ritratto di lavoratore anziano, uomo sui 60 anni, pensieroso alla scrivania in ufficio moderno, luce soffusa da finestra laterale, obiettivo 35mm, profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo, toni colore neutri e leggermente desaturati, evocando riflessione sul futuro lavorativo.

Ambiente di Lavoro Tossico: Biglietto Anticipato per la Pensione? Le Differenze tra Uomini, Donne e Livelli di Studio

Ci dicono sempre che dobbiamo lavorare più a lungo. L’età della pensione si sposta sempre più in là, le riforme cercano di tenerci attivi sul mercato del lavoro il più possibile. E ha senso, vista l’età media che avanza. Ma siamo sicuri che basti cambiare le regole delle pensioni? Cosa succede se il lavoro che facciamo, giorno dopo giorno, diventa un peso insostenibile? Se l’ambiente in cui passiamo gran parte delle nostre giornate ci logora psicologicamente?

Ecco, mi sono imbattuto in una ricerca affascinante, condotta in Norvegia, che si è posta proprio questa domanda: un ambiente di lavoro psicosociale scadente può essere la spinta decisiva per dire “basta” e andare in pensione prima del tempo? E, cosa ancora più intrigante, questo “biglietto per la pensione anticipata” vale per tutti allo stesso modo, o ci sono differenze tra uomini e donne, e tra chi ha studiato di più e chi meno?

Il Lavoro che Stressa: Un Biglietto di Sola Andata per la Pensione?

La risposta breve è: sì, sembra proprio di sì. Lo studio norvegese, che ha seguito per anni oltre 2000 lavoratori tra i 58 e i 65 anni, ha confermato quello che forse molti di noi sospettavano: lavorare in un ambiente psicologicamente difficile aumenta le probabilità di lasciare il lavoro. Non è una sorpresa totale, ovviamente. Esistono modelli teorici, come quello delle “domande-risorse lavorative” (JD-R model), che spiegano come uno squilibrio tra le richieste del lavoro (stress, carico, pressione) e le risorse a disposizione (autonomia, supporto, opportunità di crescita) possa portare a burnout e, potenzialmente, alla decisione di ritirarsi.

La ricerca ha analizzato diversi aspetti dell’ambiente psicosociale:

  • Lo stress e la frenesia
  • La monotonia e la poca varietà dei compiti
  • La sensazione di essere apprezzati dai superiori
  • L’essere un punto di riferimento per i colleghi (chiedono consiglio?)
  • Le opportunità di imparare cose nuove
  • Il grado di autonomia nel proprio lavoro

In generale, chi percepiva il proprio ambiente di lavoro come più povero sotto questi aspetti – in particolare per quanto riguarda le “risorse” come l’autonomia, l’apprezzamento e le opportunità di apprendimento – aveva maggiori probabilità di uscire dal mercato del lavoro nei quattro anni successivi. Anche l’accumulo di più fattori negativi (poche risorse lavorative) e lo “sforzo lavorativo” (job strain), definito come alta richiesta e bassa autonomia, spingevano verso l’uscita.

Fin qui, tutto abbastanza lineare. Ma il bello arriva quando si inizia a scavare un po’ più a fondo, guardando alle differenze di genere e di istruzione.

Fotografia di ritratto, stile film noir in bianco e nero, di una donna di circa 60 anni in un ufficio, espressione pensierosa e leggermente stressata ma risoluta, luce laterale drammatica che evidenzia le linee del viso, obiettivo 35mm, profondità di campo ridotta che sfoca lo sfondo dell'ufficio.

Uomini e Donne: Storie Diverse Davanti allo Stress Lavorativo

Qui le cose si fanno interessanti. Analizzando separatamente uomini e donne, i ricercatori hanno scoperto che l’impatto dell’ambiente psicosociale non è affatto lo stesso.

Per noi donne, l’unico fattore che emergeva come significativamente legato a una maggiore probabilità di lasciare il lavoro era la scarsa autonomia. Avere poco controllo sul proprio lavoro, sulle proprie mansioni, sembra essere un fattore particolarmente pesante per le lavoratrici più avanti con l’età.

Per gli uomini, invece, il quadro era molto più complesso. Diversi fattori negativi aumentavano significativamente le loro probabilità di ritirarsi:

  • Alto stress lavorativo
  • Poca varietà nei compiti
  • Sentirsi poco apprezzati
  • Scarse opportunità di apprendimento
  • Un accumulo generale di poche risorse lavorative
  • Alto sforzo lavorativo (job strain)

Sembra quasi che gli uomini siano più “sensibili” a una gamma più ampia di fattori psicosociali negativi quando si tratta di decidere se continuare a lavorare o meno. Ma attenzione: quando i ricercatori hanno verificato statisticamente se queste differenze tra uomini e donne fossero davvero significative (attraverso le cosiddette analisi di interazione), solo due fattori hanno mostrato una differenza statisticamente robusta: le scarse opportunità di apprendimento e l’accumulo di poche risorse lavorative avevano un impatto significativamente più forte sugli uomini che sulle donne.

Quindi, mentre per le donne la mancanza di controllo sembra cruciale, per gli uomini la mancanza di stimoli (apprendimento, varietà) e di risorse in generale sembra pesare di più sulla decisione di andare in pensione.

Conta di Più la Laurea o lo Stress? L’Impatto dell’Istruzione

E il livello di istruzione? Anche qui, lo studio ha rivelato dinamiche particolari. In generale, chi aveva un livello di istruzione più basso tendeva a percepire un ambiente di lavoro psicosociale peggiore e a uscire prima dal mercato del lavoro. Ma l’associazione tra ambiente psicosociale e uscita dal lavoro variava.

Per chi aveva solo l’istruzione obbligatoria, nessuno dei fattori psicosociali analizzati sembrava avere un legame statisticamente significativo con la decisione di andare in pensione. Sembra quasi che, per questo gruppo, altri fattori (magari la durezza fisica del lavoro, o condizioni economiche) siano predominanti nel determinare l’uscita dal lavoro, più dell’ambiente psicologico.

Per chi aveva un’istruzione secondaria (diploma), invece, la poca varietà dei compiti, la scarsa autonomia e un accumulo di poche risorse lavorative aumentavano significativamente la probabilità di ritirarsi.

Infine, per i laureati (istruzione terziaria), era soprattutto la scarsa autonomia a spingere verso la pensione, con anche un’indicazione (anche se non statisticamente forte) per l’alto sforzo lavorativo (job strain).

Sembrerebbe quindi che l’autonomia sia un fattore trasversale per chi ha almeno un diploma, mentre la varietà conta di più per i diplomati e lo stress/sforzo per i laureati. Ma, di nuovo, il colpo di scena arriva con l’analisi di interazione: nonostante questi pattern differenti, non sono emerse differenze statisticamente significative nell’impatto dell’ambiente psicosociale tra i diversi livelli di istruzione. In pratica, anche se le tendenze sembrano diverse, non si può affermare con certezza statistica che, ad esempio, la scarsa autonomia pesi “di più” sui laureati che sui diplomati nel determinare l’uscita dal lavoro.

Immagine grandangolare (obiettivo 10mm) di due ambienti di lavoro contrastanti affiancati: a sinistra, un operaio anziano in un'officina meccanica, ambiente industriale, luce fredda; a destra, un professionista anziano in un ufficio luminoso e moderno con computer, luce calda. Entrambi guardano verso l'orizzonte fuori campo, espressione mista di stanchezza e riflessione. Messa a fuoco nitida su entrambi i soggetti.

Perché Queste Differenze? Ipotesi e Riflessioni

Come mai queste variazioni, soprattutto tra uomini e donne? E perché chi ha studiato meno sembra “immune” all’impatto dell’ambiente psicosociale sulla decisione di ritirarsi? I ricercatori avanzano alcune ipotesi (che erano state formulate anche prima dell’analisi, chiamate H1 e H2, ma che i risultati non hanno confermato pienamente, specialmente per l’istruzione).

Una possibile spiegazione per la relativa “insensibilità” delle donne (tranne che per l’autonomia) e dei lavoratori con bassa istruzione potrebbe essere che la loro decisione di andare in pensione sia meno “volontaria” e più guidata da fattori esterni, che “scavalcano” l’importanza dell’ambiente psicologico. Quali?

  • Fattori “obbliganti” all’uscita anticipata: Lavori fisicamente usuranti (più comuni tra chi ha bassa istruzione), problemi di salute, età pensionabili specifiche per certe professioni (più frequenti nel settore pubblico, dove lavorano più donne), responsabilità di cura verso familiari (che ricadono ancora sproporzionatamente sulle donne), o la tendenza a sincronizzare la propria pensione con quella del partner (spesso più anziano).
  • Fattori “obbliganti” al posticipo: Carriere discontinue o part-time (più comuni per le donne) o lavori a basso salario (più comuni con bassa istruzione) potrebbero portare a un accumulo pensionistico insufficiente, costringendo a continuare a lavorare anche se l’ambiente è pessimo.

In pratica, per alcuni gruppi, la scelta potrebbe essere meno una scelta e più una necessità, dettata da vincoli fisici, economici o familiari, rendendo l’ambiente psicosociale un fattore secondario.

Questo, tra l’altro, solleva una questione importante: se le riforme pensionistiche incentivano a lavorare più a lungo, ma solo chi ha un buon lavoro (spesso uomini e persone con istruzione elevata) è davvero in grado di beneficiare di questi incentivi e di scegliere liberamente quando ritirarsi, non rischiamo di aumentare le disuguaglianze sociali anche in età avanzata? Sembra che il sistema pensionistico norvegese, pur flessibile, possa avere effetti regressivi proprio per questo motivo.

Cosa Possiamo Imparare? Implicazioni Pratiche

Cosa ci portiamo a casa da questa ricerca? Sicuramente la conferma che investire in un buon ambiente di lavoro psicosociale non è solo una questione di benessere dei dipendenti, ma può avere un impatto concreto sulla loro permanenza nel mercato del lavoro. Migliorare l’autonomia, offrire opportunità di apprendimento, garantire varietà nei compiti e far sentire le persone apprezzate può davvero aiutare a trattenere i lavoratori più anziani.

Tuttavia, la ricerca ci dice anche che non esiste una ricetta unica. Gli interventi potrebbero dover essere pensati tenendo conto delle differenze di genere e, forse in misura minore, di istruzione. Ad esempio, per gli uomini potrebbe essere particolarmente importante lavorare sulle opportunità di sviluppo e sulla riduzione dello stress, mentre per le donne garantire maggiore controllo sul proprio lavoro potrebbe essere la chiave.

È fondamentale capire che, anche se migliorare l’ambiente psicosociale potrebbe non bastare a ritardare la pensione per *tutti* (specialmente per chi affronta vincoli più stringenti), un ambiente di lavoro migliore porta comunque benefici a chiunque, a prescindere da età, genere o titolo di studio.

Insomma, il lavoro può essere un biglietto per la pensione, ma il tipo di biglietto – se di sola andata anticipata o con possibilità di prolungare il viaggio – e quando lo si “timbra” dipende molto da chi siamo, da cosa facciamo e, soprattutto, da come ci sentiamo mentre lo facciamo. E forse, è ora che le politiche del lavoro e le aziende inizino a tenerne conto seriamente.

Fonte: Springer

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