Concetto di immagine divisa: il lato sinistro mostra una linea di gomma rosa sana attorno ai denti molari dotati di un chiaro allineatore, il lato destro mostra gli stessi denti ma con una recessione di gomma moderata visibile e una leggera infiammazione, illustrando l'impatto dello stato parodontale sul trattamento dell'allineatore. Lente macro, 60 mm, dettagli elevati, illuminazione controllata.

Allineatori Trasparenti e Parodontite: Come lo Stato delle Gengive Influenza il Tuo Trattamento Ortodontico

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta molto a cuore e che riguarda tantissimi pazienti adulti che decidono di intraprendere un percorso ortodontico: gli allineatori trasparenti e come interagiscono con la salute delle nostre gengive, o meglio, con lo stato parodontale.

Sapete, gli allineatori trasparenti sono diventati super popolari. Sono estetici, comodi, rimovibili… sembrano la soluzione perfetta, specialmente per noi adulti. E in effetti, per molti versi lo sono! Uno dei movimenti che spesso si fanno con gli allineatori è la cosiddetta “distalizzazione molare”, che in parole povere significa spostare i molari all’indietro, magari per creare spazio o correggere un morso non perfetto (come la Classe II). Gli allineatori, su questo, sembrano cavarsela egregiamente, controllando bene il movimento senza troppe inclinazioni strane.

Ma c’è un “ma”: la parodontite

Il punto è che molti pazienti adulti, chi più chi meno, si presentano da noi ortodontisti con qualche problemino parodontale. Parliamo di gengive non perfettamente sane, a volte con una perdita di osso alveolare (quell’osso che tiene ben saldi i denti). E qui sorge la domanda cruciale, quella che ci siamo posti in uno studio recente: come reagiscono i denti a questi spostamenti con gli allineatori se il supporto osseo non è al 100%? La salute parodontale può cambiare le carte in tavola?

Pensateci: se l’osso attorno alla radice diminuisce, il “centro di resistenza” del dente, cioè il punto attorno al quale tende a ruotare quando applichiamo una forza, si sposta più verso la punta della radice. Questo significa che la stessa forza applicata da un allineatore potrebbe produrre un effetto diverso, magari più un’inclinazione (il cosiddetto “tipping”) che uno spostamento controllato del dente (“movimento corporeo”). E questo, specialmente in un paziente con parodontite, non è proprio l’ideale.

La nostra indagine virtuale: il Metodo degli Elementi Finiti

Per capirci qualcosa di più, abbiamo usato uno strumento potentissimo: il Metodo degli Elementi Finiti (FEM). Immaginatelo come una simulazione super dettagliata al computer. Abbiamo costruito modelli 3D di una dentatura completa, basati sulla TAC Cone Beam di una paziente reale (ovviamente consenziente e con tutte le approvazioni etiche!).

Su questi modelli abbiamo simulato tre diverse condizioni parodontali:

  • Stadio I: Parodontite lieve, praticamente senza perdita ossea significativa (meno del 15%).
  • Stadio II: Parodontite moderata, con una perdita ossea di circa 1/3 della lunghezza della radice (tra 15% e 33%).
  • Stadio III: Parodontite severa, con perdita ossea estesa fino a metà della radice.

Poi, abbiamo simulato il processo di distalizzazione sequenziale dei molari mascellari: prima il secondo molare (Step A), poi il primo molare (Step B), proprio come si fa clinicamente con gli allineatori. E abbiamo testato tre diverse “distanze per step”, cioè quanto si chiedeva al dente di spostarsi con ogni singolo allineatore: 0.10 mm, 0.18 mm e 0.25 mm. L’obiettivo era vedere come cambiavano gli spostamenti iniziali dei denti e lo stress sul legamento parodontale (PDL) – quel cuscinetto che sta tra dente e osso – al variare dello stato parodontale e della distanza di movimento programmata.

Lenti macro, 90 mm, primo piano che mostra una lieve recessione gengivale attorno a un dente molare, illustrando compromesso parodontale, illuminazione controllata, dettagli elevati sulla superficie del dente e trama gengivale.

Cosa abbiamo scoperto? Sorprese (non sempre positive)

La prima cosa che è saltata all’occhio è che, a parità di distanza programmata (ad esempio, 0.25 mm), i denti nei modelli con peggiore stato parodontale si muovevano di più inizialmente. Uno potrebbe pensare: “Fantastico! Più movimento, trattamento più veloce!”. Eh no, purtroppo non è così semplice.

Questo maggiore spostamento era accompagnato da un aumento significativo dell’inclinazione indesiderata (tipping). In pratica, il dente si “sdraiava” all’indietro invece di traslare come vorremmo. Quindi, l’efficienza del movimento corporeo, quello che ci interessa davvero, non aumentava, anzi!

Un altro problema emerso, soprattutto nello Step B (quando si distalizza il primo molare dopo aver spostato il secondo), è stata la “recidiva” del secondo molare. In pratica, mentre il primo molare andava indietro, il secondo, che doveva stare fermo nella nuova posizione, tendeva a tornare un po’ in avanti (mesializzarsi) a causa delle forze di reazione. E indovinate un po’? Questo effetto era più marcato nei modelli con maggiore perdita ossea. Un bel pasticcio per l’efficacia della distalizzazione!

Abbiamo anche notato che i denti anteriori, usati come ancoraggio, tendevano a inclinarsi di più verso il labbro (tipping labiale) nei modelli con parodontite più severa. Questo significa una perdita di ancoraggio, un altro effetto indesiderato che può complicare il trattamento e potenzialmente peggiorare la recessione gengivale su quei denti.

Lo stress sul legamento parodontale (PDL) ha mostrato un andamento interessante: nei modelli con parodontite più grave, lo stress compressivo massimo tendeva a diminuire. Questo potrebbe sembrare buono, ma è probabilmente legato al fatto che il dente si inclina di più invece di muoversi in modo controllato, distribuendo le forze in modo diverso, non necessariamente migliore per la salute a lungo termine del tessuto.

Schermo del computer che visualizza un modello di elementi finiti 3D di denti e mascella, evidenziando la distribuzione dello stress (aree colorate) su un molare durante la distanza, simulando le forze ortodontiche con allineatori chiari.

La soluzione? Personalizzare lo “step”!

Ma non temete, c’è una buona notizia! Abbiamo visto che riducendo la distanza di movimento programmata per ogni allineatore, le cose miglioravano notevolmente, specialmente nei casi con perdita ossea.

Passando da 0.25 mm a 0.18 mm, e poi a 0.10 mm:

  • L’inclinazione indesiderata (tipping) dei molari target diminuiva significativamente.
  • Anche l’inclinazione dei denti adiacenti (ad esempio, il primo molare durante la distalizzazione del secondo) si riduceva.
  • La fastidiosa recidiva mesiale del secondo molare durante la distalizzazione del primo si minimizzava, soprattutto con lo step da 0.10 mm nei casi più gravi.
  • Lo stress sul legamento parodontale, sulla radice e sull’osso alveolare diminuiva in modo significativo, proteggendo i tessuti di supporto residui.

È interessante notare che nei modelli senza perdita ossea (Stadio I), ridurre lo step da 0.18 mm a 0.10 mm non portava ulteriori benefici significativi in termini di controllo del tipping o riduzione dello stress. Questo suggerisce che per i pazienti parodontalmente sani, uno step “standard” (attorno a 0.18-0.25 mm) può andare bene, ma per chi ha perso supporto osseo, la riduzione dello step diventa cruciale.

Quindi, cosa ci portiamo a casa? Raccomandazioni pratiche

Questo studio, anche se basato su simulazioni FEM (che non possono replicare al 100% la complessità biologica), ci dà indicazioni preziose per la pratica clinica. La morale della favola è: non possiamo trattare tutti i pazienti allo stesso modo, specialmente quando c’è di mezzo la parodontite.

La chiave è personalizzare la “stadiazione” del movimento, cioè la distanza programmata per ogni allineatore, in base allo stato parodontale del paziente. Basandoci sui nostri risultati, potremmo suggerire:

  • Per pazienti con perdita ossea di circa 1/3 (Stadio II): considerare uno step di 0.18 mm per la distalizzazione molare. Questo sembra offrire un buon compromesso tra efficacia e controllo del movimento, riducendo tipping e stress rispetto allo step da 0.25 mm.
  • Per pazienti con perdita ossea di circa 1/2 (Stadio III): potrebbe essere necessario scendere a uno step di 0.10 mm, specialmente per controllare il tipping del primo molare durante la sua distalizzazione.

Queste sono, ovviamente, indicazioni generali. Ogni caso va valutato individualmente, considerando tanti altri fattori.

Fotografia di ritratti ravvicinati, obiettivo da 35 mm, ortodontista che esamina attentamente un chiaro allineatore trattenuto tra dita guantate, profondità di campo incentrata sull'allineatore, suggerendo la pianificazione personalizzata del trattamento e l'attenzione ai dettagli.

Un’ultima cosa importante: prima la salute!

Voglio sottolineare una cosa fondamentale: l’ortodonzia su pazienti con parodontite si può fare, e spesso porta anche a un miglioramento della salute parodontale stessa se ben pianificata! Ma è essenziale che la parodontite sia sotto controllo prima di iniziare a muovere i denti. Bisogna collaborare con il parodontologo, assicurarsi che l’infiammazione sia spenta e che il paziente mantenga un’igiene orale impeccabile per tutto il trattamento e anche dopo. Applicare forze ortodontiche su gengive infiammate è controproducente e dannoso.

In conclusione, gli allineatori trasparenti rimangono uno strumento fantastico, anche per la distalizzazione molare in pazienti adulti. Ma dobbiamo essere consapevoli che la salute parodontale gioca un ruolo enorme. Adattando il piano di trattamento, in particolare la quantità di movimento per step, possiamo ottenere ottimi risultati in sicurezza, controllando gli effetti indesiderati e proteggendo i preziosi tessuti di supporto che rimangono. Un approccio personalizzato è la strada giusta per un sorriso bello e sano, a lungo termine!

Fonte: Springer

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