Fotografia grandangolare, lente 15mm, che mostra una persona in piedi su un sentiero che si dirama in molteplici direzioni attraverso un paesaggio complesso e interconnesso (foresta, città, montagne in lontananza), sotto un cielo dinamico con nuvole in movimento. Lunga esposizione per ammorbidire le nuvole, focus nitido sull'intera scena per rappresentare la complessità dei sistemi e le scelte di carriera.

Adattabilità e Resilienza Lavorativa: Non Sei Solo Tu, è il Sistema!

Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di due parole che sentiamo nominare spessissimo nel mondo del lavoro: adattabilità e resilienza lavorativa. Sembrano quasi dei superpoteri che ognuno di noi dovrebbe avere per navigare le acque agitate del mercato del lavoro moderno, sempre in cambiamento tra crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e, non dimentichiamolo, l’urgenza della sostenibilità ambientale.

Ma siamo sicuri che sia *solo* una questione individuale? Che basti essere “forti” e “flessibili” per farcela? Ecco, io credo che le cose siano un po’ più complesse. Spesso, quando parliamo di orientamento professionale, tendiamo a vedere queste qualità come tratti misurabili della persona, quasi come l’altezza o il colore degli occhi. Però, così facendo, rischiamo di dimenticarci un pezzo fondamentale del puzzle: l’impatto enorme che hanno i sistemi in cui viviamo – quello sociale, economico, politico, educativo – sulle nostre capacità di adattarci e resistere. Questi sistemi possono favorirci, ma possono anche discriminarci, opprimerci o metterci ai margini.

Un Approccio Olistico: La Teoria dei Sistemi

Per capire meglio, ci viene in aiuto la teoria dei sistemi applicata allo sviluppo di carriera. Non spaventatevi, non è nulla di astruso! In pratica, ci offre una visione più completa, olistica appunto, che considera come tutti questi sistemi complessi influenzino la nostra adattabilità e resilienza sul lavoro. Pensateci: lo sviluppo della nostra carriera non avviene nel vuoto, ma è immerso in un contesto fatto di mille influenze interconnesse. Non siamo isole!

Questo articolo vuole proprio proporre il “pensiero sistemico” come una lente per guardare all’adattabilità e alla resilienza lavorativa, collegandole strettamente alla giustizia sociale. Perché? Perché solo così possiamo rispondere in modo più efficace ai bisogni di una popolazione sempre più diversificata.

Le Radici Sociali dell’Orientamento Professionale

Forse non tutti sanno che l’orientamento professionale è nato proprio da un movimento di riforma sociale, all’inizio del ‘900. Figure come Frank Parsons capirono che, in una società in rapida trasformazione, le persone meno fortunate avevano bisogno di un supporto per trovare lavoro e immaginare il proprio futuro. La giustizia sociale, quindi, è nel DNA di questo campo.

Oggi, come allora, ci troviamo di fronte a cambiamenti epocali. E di nuovo spuntano termini come “resilienza” e “adattabilità” lavorativa. Ma attenzione! Come ci avvertono alcuni studiosi (Ribeiro, 2021; Sultana, 2024), non dobbiamo adottare acriticamente questi concetti. Spesso hanno un’impronta molto occidentale e borghese, e potrebbero non essere adatti a tutti i contesti, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Inoltre, c’è il rischio che diventino un alibi per scaricare tutta la responsabilità sull’individuo, ignorando le implicazioni neoliberali (cioè, l’idea che ognuno è artefice del proprio destino, senza considerare le disuguaglianze di partenza).

Ecco perché è fondamentale considerare questi concetti all’interno dei sistemi più ampi. Nonostante nel campo dell’orientamento si parli sempre più di contesto, l’approccio dominante rimane spesso psicologico e individualistico. Io credo sia ora di andare oltre.

Fotografia macro di un delicato ingranaggio di orologio appoggiato su una mappa antica e sbiadita, lente macro 90mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sull'ingranaggio, illuminazione controllata e soffusa per creare un'atmosfera riflessiva sul tempo e il contesto.

Il Framework della Teoria dei Sistemi (STF)

Per farlo, propongo di adottare una prospettiva sistemica basata sul Systems Theory Framework (STF) di Patton e McMahon (2021). Questo modello ci aiuta a vedere come l’adattabilità e la resilienza siano influenzate da circostanze specifiche del contesto e da sistemi di oppressione e svantaggio che ostacolano lo sviluppo di carriera di molte persone.

Ma cos’è questa teoria dei sistemi in parole povere? Immaginate un sistema come un insieme complesso di elementi che interagiscono tra loro (von Bertalanffy, 1934). Non puoi capire il tutto guardando solo una parte, e non puoi capire una parte senza considerare il tutto e le interazioni. Applicato alla carriera: tratti personali come interessi o valori sono importanti, ma non bastano a spiegare tutto. La nostra carriera si sviluppa nel tempo all’interno di sistemi complessi: famiglia, società, storia, cultura, geografia, politica. È un fenomeno intrinsecamente sistemico e dura tutta la vita.

L’STF (immaginatelo come una mappa) visualizza queste influenze. Al centro c’è il sistema individuale (interessi, personalità, valori, ma anche etnia, orientamento sessuale…). Attorno, il sistema sociale (famiglia, amici, scuola, lavoro, media…). E ancora più esternamente, il sistema ambientale-sociale (luogo geografico, mercato del lavoro, decisioni politiche, globalizzazione…). Questi sono gli “ingredienti” (influenze di contenuto).

Ma ci sono anche i “processi”:

  • Ricorsività: tutto è interconnesso, le influenze si rimbalzano tra loro (le linee tratteggiate nella mappa STF).
  • Cambiamento nel tempo: passato, presente e futuro sono collegati (il cerchio esterno).
  • Caso: eventi imprevedibili (incidenti, disastri naturali o causati dall’uomo) che impattano la carriera (i fulmini nella mappa).

Importante: anche se l’individuo è al centro, l’STF non è individualista. Riconosce che in molte culture (quelle più orientate alla famiglia o alla comunità), i sistemi sociali e ambientali possono avere la priorità su quello individuale.

Pensare per Sistemi: La Chiave per la Giustizia Sociale

Adottare questa prospettiva significa usare il pensiero sistemico: guardare non solo agli oggetti (le persone, le influenze), ma soprattutto alle interazioni tra loro. È come guardare una mappa della metro: non vedi solo le stazioni, ma le linee che le collegano. L’STF è una mappa del genere per la carriera.

E qui entra in gioco la giustizia sociale. L’STF, essendo una “metateoria” (cioè un quadro che integra altre teorie, anche di discipline come la sociologia), ci aiuta a vedere come potere, privilegi, discriminazione e oppressione si manifestano nei sistemi. È strano, no? Un campo nato per la giustizia sociale come l’orientamento ha spesso trascurato di analizzare a fondo proprio questi fattori.

Pensate a quanti sistemi possono avvantaggiare o svantaggiare:

  • Il luogo di lavoro (sistema sociale) con le sue politiche salariali e condizioni.
  • Lo svantaggio socio-economico (sistema ambientale-sociale).
  • Etnia, razza, cultura, che storicamente e ancora oggi creano privilegi e oppressioni.
  • Le decisioni politiche neoliberali che aumentano il divario tra ricchi e poveri.
  • Il genere, con le donne ancora svantaggiate in molti paesi (non a caso l’uguaglianza di genere è un obiettivo ONU 2030).
  • Eventi casuali come il COVID-19, che hanno esacerbato le disuguaglianze.
  • Il cambiamento climatico (legato al tempo passato, presente e futuro e alla geografia), che costringe intere popolazioni a migrare.

La carriera di una persona è immersa in questo sistema dinamico. Come dicono Blustein e Flores (2023), per affrontare le barriere strutturali al lavoro dignitoso, “dobbiamo pensare in modo sistemico e andare oltre il cambiamento a livello individuale”.

Fotografia sportiva di un corridore che supera un ostacolo su una pista di atletica, teleobiettivo zoom 200mm, alta velocità dell'otturatore per congelare il movimento, tracciamento del movimento, focus sull'espressione determinata del corridore, simboleggiando la resilienza.

Il pensiero sistemico è essenziale per capire le circostanze difficili e spesso costrittive delle persone. Ci aiuta a riflettere sulla giustizia sociale e a risolvere problemi complessi. Può essere imparato, trasformandoci in “agenti di cambiamento sistemico”. Invita chi fa orientamento a chiedersi: chi altro, oltre al cliente, può contribuire al cambiamento (famiglie, datori di lavoro, politici)?

Adattabilità e Resilienza: Oltre l’Individuo

Torniamo all’adattabilità e alla resilienza. Se le vediamo solo come tratti personali, ignoriamo le sfide poste dai sistemi di potere e privilegio, e finiamo per fare il gioco del pensiero neoliberale che scarica tutto sull’individuo (Bimrose e Hearne, 2012; Hooley et al., 2018). Come dice Sultana (2024), questi termini diventano problematici se “ci incoraggiano a vedere problemi sistemici come se fossero mancanze degli individui”.

L’adattabilità lavorativa è stata definita come la “prontezza ad affrontare i compiti prevedibili […] e gli aggiustamenti imprevedibili” (Savickas, 1997). Spesso si misura con le 4 C: Concern (preoccupazione), Control (controllo), Curiosity (curiosità), Confidence (fiducia). Una quinta C, Cooperation (cooperazione), importante per culture collettiviste, è stata considerata ma meno enfatizzata. Savickas si chiedeva: “Cosa fanno le persone?” e “Perché lo fanno?”. Forse dovremmo aggiungere: “Come lo fanno?”. È nel “come” che emergono le prospettive sistemiche e relazionali, mostrando la diversità dei modi in cui le persone navigano il lavoro.

Prendiamo l’esempio dei giovani rifugiati. Il loro percorso migratorio è costellato di transizioni forzate, spesso a causa di sistemi di potere e oppressione nel loro paese d’origine. Devono adattarsi continuamente, ma i loro piani di carriera viaggiano con loro, trasformandosi attraverso l’esposizione a nuovi sistemi (agenzie umanitarie, paesi di transito, campi profughi…). Una volta reinsediati, affrontano nuovi sistemi (mercato del lavoro, istruzione…) e spesso nuove forme di oppressione (razzismo, classismo). La loro adattabilità non può essere compresa senza considerare questa complessa interazione sistemica nel tempo. Lo stesso vale per chi proviene da culture dove le decisioni di carriera sono legate alla famiglia e alla comunità. Per loro, i sistemi sociali ed ambientali vengono prima dell’individuo.

La resilienza lavorativa è spesso vista come la capacità di “rimbalzare” dopo avversità lavorative (London, 1997). Ma anche qui, c’è dibattito: è un tratto fisso (“abilità”) o un processo che si sviluppa nel tempo attraverso l’interazione persona-ambiente (Mansfield et al., 2012; Luthar et al., 2000)? Mishra e McDonald (2017) la definiscono come un “processo evolutivo di persistenza, adattamento e/o fioritura nella propria carriera nonostante sfide, eventi mutevoli e interruzioni nel tempo”. Cruciali sono due elementi: l’avversità e l’adattamento positivo. Ma è fondamentale considerare anche i fattori protettivi, sia interni (intelligenza emotiva, capacità riflessiva…) che esterni (supporto da famiglia, amici, scuola, comunità, accesso a risorse, ambienti di lavoro sicuri). La resilienza, quindi, non è solo “dentro” di noi, ma dipende fortemente dal contesto. È un costrutto sistemico.

Fotografia grandangolare di un paesaggio urbano complesso al tramonto, con strade, ponti e edifici interconnessi che si illuminano, lente grandangolare 18mm, lunga esposizione per creare scie luminose del traffico, focus nitido sull'intera scena, a simboleggiare la complessità dei sistemi sociali ed economici.

Implicazioni per l’Orientamento: Verso un Futuro più Equo

Cosa significa tutto questo per l’orientamento professionale?

  1. Teoria: Dobbiamo rivedere le teorie esistenti. Critiche come quelle di Blustein (2017) e Ribeiro (2021) spingono verso paradigmi più contestuali e relazionali, che riconoscano come l’adattabilità e la resilienza siano influenzate dalle relazioni persona-contesto e dalle politiche pubbliche (istruzione, salute, lavoro…). La Psicologia del Lavoro (Psychology of Working Theory) di Blustein e colleghi, che attinge anche da sociologia ed economia, va in questa direzione.
  2. Ricerca: Serve più ricerca sulle influenze sociali ed ambientali-sociali, specialmente su gruppi marginalizzati come migranti e rifugiati. Collaborare con altre discipline (sociologia, scienze sociali) è fondamentale. Dobbiamo superare approcci riduzionisti e compartimentati per affrontare questioni transdisciplinari come lavoro e giustizia sociale.
  3. Pratica: Gli operatori dell’orientamento devono imparare a pensare per sistemi e sviluppare una coscienza critica riguardo alle disuguaglianze. Questo significa:
    • Usare strumenti come le mappe sistemiche (l’STF) con i clienti per aiutarli a capire i vincoli strutturali.
    • Considerare interventi non solo individuali, ma anche a livello di comunità o sistema (advocacy, outreach verso famiglie, datori di lavoro, politici).
    • Andare oltre la semplice misurazione dell’adattabilità/resilienza con scale, esplorando le storie dei clienti con metodi qualitativi e narrativi.
    • Ricordare sempre il “lato oscuro” della resilienza: non usarla per colpevolizzare le vittime di sistemi ingiusti.

    Certo, non è facile. Richiede una formazione diversa per gli operatori e consapevolezza dei limiti di ciò che possono fare da soli.

In Conclusione: Un Invito a Pensare Criticamente

L’adattabilità e la resilienza lavorativa sono importanti, non c’è dubbio. Ma vederle solo come responsabilità individuali è riduttivo e potenzialmente ingiusto. Una prospettiva sistemica, informata dall’STF e guidata dal pensiero sistemico, ci permette di collegarle alla giustizia sociale. Ci spinge a guardare oltre l’individuo, a considerare le complesse interazioni tra persone e contesti, e a immaginare interventi che agiscano anche sui sistemi stessi.

Invito tutti noi – operatori, ricercatori, teorici, ma anche chiunque si interroghi sulla propria carriera – a pensare criticamente a questi concetti “nuovi” che entrano nel nostro campo. Il pensiero sistemico ci offre gli strumenti per farlo, per costruire un futuro del lavoro e dell’orientamento più equo e consapevole. Non siamo solo noi, è il sistema… ma insieme possiamo provare a cambiarlo.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *