Fotografia realistica di un gruppo multietnico di studenti adulti (brasiliani, cinesi, vietnamiti, filippini) in una classe di lingua giapponese ad Aichi, Giappone. Interagiscono positivamente durante una pausa, alcuni sorridono, altri conversano. Luce naturale che entra da una finestra, obiettivo 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco i volti e le interazioni, stile documentaristico.

Stranieri in Giappone: Perché Curarsi è Così Difficile? La Risposta dalle Classi di Giapponese ad Aichi

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore e che, secondo me, merita molta più attenzione: l’accesso all’assistenza sanitaria per gli stranieri che vivono in Giappone, in particolare nella prefettura di Aichi. Sapete, spesso pensiamo al Giappone come a un paese super organizzato, con un sistema sanitario efficiente (la famosa Copertura Sanitaria Universale, UHC), ma la realtà per chi viene da fuori può essere molto diversa.

Un Giappone sempre più multiculturale (ma con qualche ostacolo)

Prima di tutto, un po’ di contesto. Il numero di residenti stranieri in Giappone è cresciuto tantissimo negli ultimi dieci anni, superando i 3,4 milioni a fine 2023! E Aichi, dopo Tokyo, è la prefettura con più stranieri: quasi 311.000 persone, il 4,1% della popolazione totale. Molti lavorano nell’industria manifatturiera, che qui è molto forte. Le comunità più numerose? Brasiliani, Vietnamiti, Cinesi e Filippini.

Di fronte a questa crescita, ovviamente, aumenta anche il bisogno di supporto, specialmente per servizi essenziali come la sanità. Il Giappone richiede a tutti, stranieri inclusi, di iscriversi all’assicurazione sanitaria universale. Il governo promuove l’uso di interpreti medici e la diffusione di informazioni sanitarie multilingue. Ci sono anche tante ONG che danno una mano con interpreti, informazioni, consulenze gratuite… Insomma, sulla carta sembra tutto a posto.

Eppure, diversi studi (e la realtà che vediamo sul campo) ci dicono che per molti stranieri accedere alle cure mediche rimane un percorso a ostacoli. Barriere linguistiche, differenze culturali, a volte discriminazione, difficoltà a capire come funziona il sistema… i problemi sono tanti. E capire quali sono questi ostacoli e chi ne soffre di più è fondamentale se vogliamo davvero garantire cure per tutti, come si prefiggono gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Perché proprio le classi di giapponese?

Per cercare di capire meglio questa situazione, abbiamo pensato: dove possiamo incontrare persone che potrebbero avere più difficoltà? La risposta ci è sembrata quasi ovvia: le classi di giapponese per stranieri nelle comunità locali (i Chiiki no Nihongo Kyoushitsu).

Perché proprio lì? Beh, per tre motivi principali:

  • Chi frequenta queste classi spesso ha ancora barriere linguistiche importanti, uno dei principali ostacoli all’accesso sanitario.
  • Queste classi sono aperte a tutti, indipendentemente dal lavoro o dallo status di residenza. Questo ci permette di raggiungere persone che magari non sono inserite in contesti lavorativi formali, come le casalinghe, che studi precedenti avevano identificato come particolarmente a rischio di difficoltà.
  • Concentrandoci su classi radicate nella comunità locale, speravamo di avere un quadro più realistico della vita quotidiana degli stranieri rispetto a studi su gruppi più specifici (tipo solo studenti o solo una nazionalità). E poi, diciamocelo, lavorare a livello locale rende più facile condividere i risultati e trasformarli in azioni concrete!

Fotografia macro di un questionario multilingue (giapponese, portoghese, cinese, vietnamita, filippino) appoggiato su un tavolo di legno in un'aula luminosa. Obiettivo macro 90mm, alta definizione, illuminazione controllata per evidenziare la texture della carta e la diversità delle lingue.

Cosa abbiamo scoperto ad Aichi?

Abbiamo quindi preparato un questionario (tradotto in portoghese, cinese, vietnamita e filippino, oltre che in giapponese) e lo abbiamo distribuito in 14 classi di giapponese sparse in 10 comuni di Aichi con alta densità di stranieri. Hanno partecipato 175 persone (dai 18 anni in su, residenti ad Aichi e provenienti da Brasile, Cina, Vietnam o Filippine).

Le domande riguardavano dati socio-demografici (età, sesso, nazionalità, da quanto tempo in Giappone, conoscenza del giapponese, lavoro, assicurazione sanitaria…) e domande sulla salute: se avevano avuto bisogno di cure mediche negli ultimi 12 mesi ma non le avevano ricevute (le cosiddette Unmet Healthcare Needs, UHNs), come valutavano la propria salute (Self-Rated Health, SRH) e se conoscevano le informazioni sanitarie multilingue disponibili sui siti web del governo locale.

I risultati? Beh, qualche campanello d’allarme l’hanno fatto suonare.

  • Il 18,3% dei partecipanti ha dichiarato di aver avuto bisogni sanitari non soddisfatti (UHNs) nell’ultimo anno. Quasi una persona su cinque!
  • Solo il 21,1% era a conoscenza delle informazioni sanitarie multilingue sui siti governativi. Pochissimi!

Analizzando i dati, abbiamo visto che alcuni fattori erano associati a una maggiore probabilità di avere avuto bisogni sanitari non soddisfatti:

  • Non essere a conoscenza delle informazioni multilingue sui siti governativi: questo è risultato il fattore più forte! Chi non sapeva di queste risorse aveva 5 volte più probabilità di aver avuto UHNs.
  • Provenire dal Vietnam: i partecipanti vietnamiti avevano quasi 4 volte più probabilità di avere UHNs rispetto ai brasiliani.
  • Avere tra i 30 e i 39 anni: questa fascia d’età aveva quasi 3 volte più probabilità di UHNs rispetto ad altre fasce.
  • Valutare la propria salute come “scarsa”: chi si sentiva meno in salute aveva 3,5 volte più probabilità di aver avuto UHNs.

Interpretiamo i dati: l’importanza dell’informazione e le vulnerabilità specifiche

Quel 18,3% di UHNs è un dato su cui riflettere. È simile a quello che avevamo trovato in uno studio precedente su donne filippine ad Aichi, ma più basso rispetto a uno studio su residenti nepalesi in Giappone (che erano oltre il 30%). Forse le comunità brasiliane, cinesi e filippine, essendo più radicate e con reti di supporto interne più forti, riescono a “tamponare” meglio le difficoltà rispetto a comunità più recenti come quella nepalese. Tuttavia, se confrontiamo il nostro dato con studi fatti all’estero (es. USA o Corea), vediamo che in Giappone la percentuale di stranieri con bisogni sanitari insoddisfatti sembra essere più alta. C’è ancora molta strada da fare.

Il dato più eclatante, però, è quello sulla consapevolezza delle informazioni sanitarie multilingue. È chiarissimo: chi non sa dove trovare informazioni nella propria lingua, fa molta più fatica ad accedere alle cure. Esistono tante risorse, create da enti pubblici e privati, ma sembra proprio che non arrivino a chi ne ha più bisogno. Le classi di giapponese, in questo senso, potrebbero giocare un ruolo cruciale. Sono luoghi dove si impara la lingua, certo, ma anche dove si scambiano informazioni, si creano legami. Potrebbero diventare delle “fonti interpersonali” di informazione sanitaria, magari indirizzando le persone verso le risorse online giuste (come i siti governativi) o fornendo informazioni direttamente. Pensateci: avere più fonti di informazione (amici, insegnanti, internet…) riduce il rischio di rimanere “scoperti” quando si ha bisogno di un medico.

Foto realistica di un gruppo diversificato di persone (asiatici, sudamericani) che partecipano a una lezione di giapponese in un centro comunitario ad Aichi. Alcuni guardano l'insegnante, altri interagiscono tra loro. Obiettivo 35mm, luce ambientale calda, profondità di campo media per mostrare l'interazione nel contesto dell'aula.

E perché proprio i Vietnamiti sembrano avere più difficoltà? Una possibile spiegazione sta nella loro vulnerabilità socioeconomica. Molti sono giovani, arrivati da poco, con una conoscenza del giapponese ancora limitata e magari senza una solida base economica. Questo rende tutto più difficile, compreso l’accesso alla sanità. Inoltre, ad Aichi c’è la più alta concentrazione di Technical Intern Trainees (tirocinanti tecnici) del Giappone, e circa metà di loro sono vietnamiti. Sappiamo che le condizioni di vita e lavoro di questi tirocinanti non sono sempre ottimali e che spesso hanno difficoltà (di tempo, lingua, soldi, supporto sociale) ad accedere alle cure. Anche se nel nostro studio non abbiamo chiesto lo status di residenza, è un fattore da tenere in considerazione per ricerche future.

Interessante anche il dato sull’età (30-39 anni). Non abbiamo trovato altri studi con risultati simili. Forse in questa fascia d’età le responsabilità familiari e lavorative aumentano, lasciando meno tempo e risorse per prendersi cura della propria salute? È un’ipotesi da approfondire.

Infine, il legame tra scarsa salute percepita (SRH) e UHNs è abbastanza intuitivo e confermato da altri studi. Chi si sente meno bene ha più bisogno di cure, ma se incontra ostacoli nell’accederle, la sua salute percepita potrebbe peggiorare ulteriormente, creando un circolo vizioso.

Cosa possiamo fare? Collaborare è la chiave!

Ok, abbiamo visto i problemi, ma quali sono le soluzioni? Sicuramente non basta creare risorse informative se poi non arrivano a destinazione. La nostra ricerca suggerisce che bisogna puntare sulla collaborazione.

Immaginate se le organizzazioni comunitarie (come le associazioni che gestiscono le classi di giapponese), i governi locali e gli operatori sanitari lavorassero insieme per diffondere le informazioni in modo capillare. Le classi di giapponese potrebbero diventare dei veri e propri hub informativi:

  • Si potrebbero organizzare incontri con medici o infermieri che spiegano come funziona il sistema sanitario giapponese.
  • Si potrebbero distribuire materiali informativi multilingue.
  • Si potrebbe insegnare attivamente come trovare e usare le risorse online (tipo i siti web della prefettura o del comune).
  • Si potrebbero creare reti di supporto tra partecipanti e volontari locali.

Questi luoghi, dove già si costruisce fiducia e comunità, sono perfetti per raggiungere anche le persone più isolate o arrivate da poco. Sfruttare queste reti esistenti potrebbe davvero fare la differenza nel ridurre le barriere all’accesso sanitario.

Ovviamente, il nostro studio ha dei limiti (campione piccolo, possibile bias nella selezione delle classi, disegno trasversale che non stabilisce causalità), ma crediamo offra spunti importanti. È il primo, a quanto ne sappiamo, a focalizzarsi specificamente sui partecipanti alle classi di giapponese, una popolazione potenzialmente vulnerabile.

Verso una sanità davvero per tutti

Insomma, quello che emerge è chiaro: l’accesso all’informazione è cruciale. E le classi di giapponese possono essere un canale preziosissimo per farla circolare. Ma non basta. La popolazione straniera in Giappone è sempre più diversa, e le soluzioni devono essere su misura, tenendo conto delle specificità di ogni gruppo (nazionalità, età, status…).

Solo promuovendo una collaborazione forte tra comunità, istituzioni e sanità, e mettendo in campo strategie mirate, potremo davvero avvicinarci all’obiettivo di una Copertura Sanitaria Universale che non lasci indietro nessuno. La strada è ancora lunga, ma capire dove sono gli ostacoli è il primo passo per superarli.

Fonte: Springer

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